venerdì 28 settembre 2012

In Brasile scoppia la guerra ai contenuti di Google

                                                           


Giustizia o intimidazione? A voi la risposta sul nuovo caso di conflitto fra politica (e legge) e comunicazione verificatosi in Brasile e che ha visto in manette il direttore generale di Google Brasil Fabio José Silva Coelho, visto che il tema diffamazione è molto attuale anche in Italia.

Google ha rifiutato l'ordine giudiziario di oscurare un video in cui venivano citate informazioni false ed ingiuriose su Alcides Bernal, uno dei candidati alle elezioni municipali in Brasile del prossimo 7 ottobre, cosa che è costata l’accusa diretta al direttore di Google, responsabile di tale controllo per la legge brasiliana. Una sentenza di un giudice statale lo ha condannato per violazione della legge elettorale ed ha addirittura ha stabilito la sospensione per 24 ore dei servizi di Google e YouTube nello stato del Mato Grosso do Sul, un vero e proprio boomerang commerciale per un paese dove i due siti sono ai primi posti in classifica.

In realtà la vicenda è ben diversa ed anzi ancora più complessa, sebbene sia difficile fermare un video dopo averlo pubblicato su YouTube e di conseguenza rilanciato su facebook, twitter o inviato a mezzo mail o con i vari sistemi di condivisione fra utenti, sono in tanti a chiedersi quale sarà il futuro in Brasile di molte altre piattaforme tecnologiche non così potenti e ricche come Google (il cui direttore brasiliano è stato scarcerato ed il cui video contestato è ancora in circolazione) in un paese dove ogni filmato di critica su un candidato può essere considerato offensivo e dove alla fine la colpa e la censura rischiano di ricadere su ogni singolo utente.

Tutti gli organi di informazione che operano sul web hanno parlato di una legge obsoleta che finisce con il proteggere troppo i politici, anche quelli più discutibili e con il chiudere la bocca agli organi di informazione, sebbene il video su Alcides Bernal non fosse proprio leggero, accusando Bernal di violenza domestica, ubriachezza e gettando totale discredito sull’immagine del candidato. E non è la prima volta che un funzionario di Google nel paese viene accusato di disobbedienza ad un ordine giudiziario e la medesima cosa accade per Facebook.

Ed ora cosa farà il governo di Dilma Rousseff (che pure rispetto a Lula non ha mai avuto un grande rapporto con i media e con internet) che di certo non può contrastare le decisioni dell’autorità giudiziaria senza essere accusata di mettere il becco contro i giudici che stanno indagando proprio sul grande scandalo nel partito del presidente ma neppure potrà sopportare che il Brasile diventi un gigante in stile cinese che filtra e controlla i contenuti sul web per non disturbare il mondo politico. 

lunedì 24 settembre 2012

Il paradiso brasiliano di Marchionne

                 




Meno male che il Brasile li aiuta, anzi in realtà in materia industriale ed automobilistica il paese sudamericano ha delegato la presidenza del paese direttamente a Sergio Marchionne e Cledorvino Bellini, potentissimo Ceo di Fiat Brasil che danni battono cassa e pugni sul tavolo: al Brasile stabilimenti e posti di lavoro ed alla Fiat tanti soldini.


In questi giorni la notizia clou è la costruzione del nuovo stabilimento Fiat a Goiana nella regione del Pernambuco che si farà dopo mesi di trattative e passi indietro e con un finanziamento di 1,9 miliardi di euro stanziati dalla Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale e della Sovrintendenza per lo sviluppo del Nordeste, ovvero l’85% dell’investimento totale pari a 2,3 miliardi di euro, ma non è affatto una notizia in Brasile dove la Fiat ha trovato la sua seconda Italia, anzi l’Italia di una volta.


Nel 2011 Fiat ha ricevuto finanziamenti e prestiti per un totale di 2,3 miliardi di dollari a fronte di un utile netto di 1,39 miliardi di dollari e di una posizione di cassa pari a 2,88 miliardi di dollari, numeri che fanno capire quanto siano importanti questi soldi pubblici con una manodopera che comunque riceve circa 8.500-9.000 euro all’anno di stipendio e con spese ammortizzate dalla grande mole di incentivi e tagli fiscali.


D’altronde Fiat Automoveis nacque nel 1973 da una Joint Venture il cui 54,7% era costituito da Fiat mentre il resto delle quote e delle risorse è stato messo dal governo di Minas Gerais e proprio da quella notevole partecipazione statale è sorto nel 1976 quello che è oggi l’orgoglio di Fiat in America Latina, lo stabilimento di Betim, 2.250 kmq di estensione, dal 2008 ad oggi produttrice di circa 720.000 auto all’anno e con la prospettiva di arrivare a 900.000 nel 2014 e con 25mila posti di lavoro diretti ed indiretti.

 
Iveco a Sete Lagoas è il più grande stabilimento della Fiat nel settore veicoli commerciali e di trasporto pesante ed è nata con il 60% di contributi statali ed è diventata il partner privilegiato del Ministero della Difesa brasiliana non solo per camion alimentati ad etanolo e biodiesel ma anche per mezzi militari ed in più ha costruito un moderno centro di ricerca, una parola magica che in Italia non viene mai pronunciata, ma questa è una colpa collettiva perché nessuno, e non solo Marchionne, crede più nella ricerca nel nostro paese.


Benefici fiume anche per l’altra branca di Fiat Industrial, Case New Holland che ha investito in tre stabilimenti (Contagem, Curitiba, Sorocaba e Piracicaba) e si prepara ad investire 600 milioni di euro nel nuovo stabilimento di Monte Claros nello Stato di S. Paolo. Il protocollo di intesa con lo stato di S. Paolo che partecipa al 50% è stato firmato perfino a Torino. Ora CNH monopolizza il settore dei mezzi agricoli nel paese.


Tutti questi investimenti sono stati ben coperti sul piano fiscale. Durante la recessione del 2008 con una forte crisi del settore, Bellini pretese ed ottenne una grande riduzione dell’imposta sui prodotti industriali, una revisione dei dazi doganali per le esportazioni e tutto ciò dopo aver minacciato chiusure e licenziamenti. I successivi incontri con il ministro dell’industria Guido Mantega furono il preludio al Plan Brasil Maior che partirà nel 2013, ma è dal 2009 che sono state stabilite riduzioni dell’IPI, incentivi fiscali, senza considerare che solo il 5%


Quanto al Plan Brasil Maior esso prevede un abbattimento dell’imposta proporzionale a nuovi investimenti in tecnologia ed auto ecologiche e mentre le imprese che non operano in Brasile avranno tre anni di tempi per raggiungere l’obiettivo fissato dal governo, per Fiat, Nissan, Toyota e Wolkswagen che già operano da tempo, gli obiettivi sono già dati per raggiunti ed i privilegi fiscali partiranno subito. Possiamo permettercelo? Sicuramente no ed anche volendo il Brasile è un’altra cosa.
 
 

                      

giovedì 20 settembre 2012

Dall'Argentina la prima impresa privata antartica




Neppure pinguini, foche e trichechi si salvano dall’invasione di internet, così grazie alla liberalizzazione dei domini ed alla fantasia di qualcuno, da qualche giorno anche l’Antartide ha il suo sito indicizzato con .aq e la prima in assoluto ad ottenere un dominio con tale appartenenza è un’impresa argentina.

Il dominio .aq in realtà esiste già da tempo ma era riservato unicamente ad organizzazione governative firmatarie del Trattato Antartico e quelle su iniziative relazionate al continente bianco, ma ora anche Dattatec impresa argentina specializzata in servizi di web hosting e registrazione di domini ha ottenuto la prima concessione di questo tipo che sicuramente gli frutterà molto in termini di pubblicità e di esclusività.

C’è però una motivazione ben precisa. Il continente antartico ha un suo proprio ccTLD (country code top-level domain o estensione di dominio che è appunto .aq al pari di qualsiasi altro paese e continente ma i requisiti per poterne usufruire bisogna avere un rapporto molto consolidato e comprovato con il continente bianco e con le attività che vi si svolgono e per certi versi anche la presenza fisica e l’impresa argentina è riuscita a garantire tutto questo.

Guillermo Tornatore, fondatore e CEO di Dattatec spiega che la sua azienda ha ottenuto l’autorizzazione a seguito di una lunga partnership di ben otto con la Fondazione Marambio, al fine di dare comunicazione e diffusione alle attività che essa stava volgendo in Antartide. Tornatore ha contattato Lujan uno dei pionieri della base Marambo che è nata nei ghiacci antartici nel 1969 e che è stata fra le prime a tracciare una pista di atterraggio per i velivoli diretti nell’area e di conseguenze nelle basi vicine e così ha iniziato a collaborare per comunicare i progetti scientifici della fondazione.

Ora l’obiettivo di Dattatec è cercare addirittura di spostare una parte della sua sede, tuttora a Rosario in Argentina, proprio lì, al fianco della Fondazione, così da diventare non solo la prima impresa con estensione antartica ma addirittura con un domicilio nel continente meno abitato e più isolato al mondo e da lì proseguire nella sua attività di comunicazione e di interazione con le attività di studio presenti ed anzi aiutandole sempre di più nella loro diffusione sul web e nella rete. Bisognerà capire solo se i server riusciranno a resistere a così tanto freddo.  

martedì 18 settembre 2012

Chi vincerà il vecchio comunista o il rottamatore?




Mancano tre settimane ed i cittadini non hanno certezze e non sono aiutati né dai sondaggi filtrati, inesatti, completamente opposti nei loro risultati, né dalle reti sociali mai come questa volta fulcro di una battaglia impressionante di post e tweet, né dai media, polarizzati e divisi: chi vincerà il vecchio comunista o il rottamatore?

Frammenti di campagna elettorale: da un lato Hugo Chávez, visibilmente indebolito ed emozionato, mentre viene acclamato a s. Fernando de Apure durante un comizio su un grande palco dopo il bagno di folla, rigorosamente vestita con maglia roja e la scritta “Chavez, corazon de mi patria”, attraversata con un camion, come si rispetta per un leader del popolo. RNV e Telesur nel frattempo rilanciano le immagini ed i sondaggi che danno il presidente in vantaggio da un minimo di quindici fino ad un massimo di venti punti di vantaggio con un gradimento dell’operato governativo pari al 67%.

Sposti lo sguardo dall’altra parte e vedi i filmati del tour elettorale instancabile (una città al giorno) di Henrique Capriles Radonski accolto da centinaia di giovani a Barquisimeto o arringatore delle folle a Caracas, pubblicate su Tal Cual di Teodoro Petkoff, storico fondatore del Movimento al Socialismo e nemico giurato di Hugo e trasmesse da Globovision di Gustavo Cisneros (una sorta di Murdoch in versione venezuelana). Da queste parti è dato per vincente Capriles , in volata per due punti percentuali, un sorpasso che in altri sondaggi diventa perfino più grande.

È una campagna elettorale tesa, a tratti violenta nelle zone periferiche del paese, combattuta a suon di promesse ed accuse amare: quelle dell’opposizione che annuncia due milioni di elettori inesistenti nelle liste elettorali è già calcolati nei sondaggi governativi e denuncia aggressioni ed intimidazioni delle camicie rosse e quelle di Chavez contro Capriles, che punta il dito contro il massiccio finanziamento della campagna elettorale da parte di holding petrolifere e mediatiche americane e di infiltrazioni estere per influire sui risultati.

Ma non ci sono solo sondaggi. Hugo Chávez sa di giocarsi tanto in questa campagna elettorale, dove molte delle reali incertezze della popolazione, già viste durante le elezioni parlamentari del 2010, sono state acuite  dalle notizie sulla sua malattia e dalle sue numerose assenze durante l’anno, da una situazione socio-economica che non è possibile celare sempre, specie quando avvengono incidenti petroliferi gravi, razionamenti alimentari ed interruzioni di energia elettrica. E poi c’è lui, Henrique Capriles Radonski.

Capriles non è un avversario come tutti gli altri, legati ad un passato militare o sfacciatamente vicini alle lobbies private del paese e per giunta vecchi e poco carismatici. Capriles, piacente, notevole oratore, è stato uno dei più giovani a ricoprire una carica pubblica, sa gestire bene la rete perfino meglio di Chávez e nello stato di Miranda come governatore è noto per aver creato un suo microcosmo socialista con edilizia popolare, investimenti in assistenza, educazione e piani alimentari, al tempo stesso apertissimo alle iniziative private. Non è un caso che lo appoggino oggi dalla sinistra di Leopoldo Lopez alla destra di Maria Corina Machado e Pablo Perez, tutti sconfitti alle primarie. 

Chávez lo sa bene e per questo è in vena di confessioni e di preoccupazioni. Qualche giorno fa al quotidiano ecuadoriano El Comercio dichiarò di aver pensato di dimettersi e scegliere un successore dopo l’ultimo ciclo di chemioterapie, salvo poi chiedere aiuto a Dio ed è di questi ore la notizia che avrebbe ammesso davanti alla sua famiglia ed ai suoi fedelissimi il rischio di una sconfitta. Tanti giovani non sono più così convinti del socialismo e potrebbero fare la differenza e dopo molti anni la coperta della rivoluzione rischia di essere molto corta e le promesse di maggiori esportazioni di petrolio, pur sempre in rialzo, sembrano non bastare più.  

venerdì 14 settembre 2012

Proteste e blocchi: il giocattolo argentino di Cristina si è rotto



“Cacerolazo”, una parola che riporta indietro ad undici anni fa l’Argentina ovvero manifestazioni di piazza, proteste contro il Governo, ma soprattutto inizio delle limitazioni economiche per molte famiglie e risparmiatori argentini con relativa crisi istituzionale e caos totale ed il giocattolo sembra essersi rotto di nuovo.

Santa Fe, Cordoba, Mendoza, Bariloche ed infine Buenos Aires. Questa volta non sono serviti pentole e casseruole (da cui prende il nome il Cacerolazo, ovvero le caceroladas) ma migliaia di sms, di tweet, di pagine su facebook che hanno richiamato in piazza le persone per protestare contro le bugie e le restrizioni del governo di Cristina Kirchner che in tutta risposta prosegue in una sorta di tour elettorale anticipato, quasi che le elezioni siano alle porte (quelle legislative si svolgeranno l’anno prossimo ma sono in tanti a pensare che possa esserci un anticipo delle presidenziali).  

Ci sono due linee parallele, due strade che alla fine potrebbero confondersi e non si sa quale delle due possa diventare quella principale: la prima è quella di un paese in crescita al 3% del PIL nel 2012 con una previsione del 4,3% nel 2013, con una maggioranza politica che sembra ancora solida nonostante le numerose critiche e defezioni verso Cristina Kirchner ed un’impresa che nonostante tutto regge l’urto della crisi. La seconda strada parla invece di un’inflazione reale intorno al 30%, di una campagna di nazionalizzazioni che sta deprimendo il mercato ed una soglia di povertà che si sta lentamente alzando.

Colpa delle solite campagne di denigrazione dell’FMI e della comunità internazionale, tuonano dalla Casa Rosada che nel frattempo ha aumentato i fondi per i capi territoriali, ha annunciato l’aumento degli assegni familiari e di quelli per i figli, ha attaccato ancora una volta Scioli, il suo alleato ormai diventato una spina nel fianco, che avrebbe dovuto essere il futuro candidato del Fronte Kirchnerista ed invece rischia di diventare il rivale di Cristina che punta ad una riforma costituzionale per una ricandidatura. Ecco perché le legislative diventano importanti.

Nel frattempo però l’ossessione per il dollaro inizia a schiacciare l’economia argentina, a maggior ragione dopo il consiglio della Banca Centrale di limitare le estrazioni in dollari dei titolari delle carte di credito ed ora che si è estesa anche a tutte le altre valute estere non più per controllare l’evasione, la fuga di capitali ed il mercato nero ma quasi per sfidare i mercati internazionali.

Il rischio è il cambio torni ad essere gravosissime con tutte le conseguenze del caso in termini inflazionistici, ma anche sull’import/export, sull’attività industriale. Insomma un ritorno molto serio al 2001. A fronte di questa paura, molto concreta, neppure la grande macchina propagandistica del Fattore K (l’entourage Kirchner, appunto) riesce a colmare la soglia dei delusi che ormai è prossima al 50%. Ogni mossa sbagliata di qui in avanti potrebbe significare l’inizio di una nuova stagione di ribellioni. 

mercoledì 12 settembre 2012

Dieci giorni di febbre da Tango a Roma




Aria di Argentina fino al 21 settembre nella capitale, dove si svolge la quarta edizione di Buenos Aires Tango, uno dei Festival più attesi ed appassionanti ospitato all’Auditorium del Parco della Musica: un incontro fra culture e una grande occasione per sperimentare l’incredibile impatto del Tango sul pubblico italiano e mondiale.

Dieci giorni in cui sono previste lezioni giornaliere di Tango di un’ora e mezza con maestri specialisti argentini, conferenze e seminari di coreografia sul tema e spettacoli musicali del Duo Fuertes Varnerin e dell’Ensamble “Escalandrum Sextet” dove figura il batterista Daniel “Pipi” Piazzolla, nipote del grande Astor, uno dei miti della cultura tanguera, arricchito il 18 settembre dalla partecipazione straordinaria della stella del jazz italiano Fabrizio Bosso alla tromba.

In più la grande novità di quest’anno è il Campionato dei Campioni che inizierà il 14 settembre e si concluderà con il gran finale il 17 settembre e vedrà sfidarsi otto fra le migliore coppie mondiali di ballerini (Eber Burger ed Yesica Lozano, Paula Ballesteros ed Alejandro Hermida, alcune delle coppie che hanno partecipato anche ai campionati mondiali ufficiali a Buenos Aires) ed il Campionato romano di Tango Salón aperto a professionisti ed esordienti giudicati da Silvana Grill e con ospite d’onore la ballerina, coreografa Milena Plebs, conosciuta in tutto il mondo per le sue tournee con Miguel Angel Zotto.

Dalla sua creazione ad oggi, il Tango, ormai Patrimonio Culturale dell’Umanità, è ormai esportato in ogni parte del mondo ma è in Europa che la febbre per quel “pensiero triste che si può mettere in danza (secondo la definizione di Enrique Santos Discepolo) è ormai a livelli altissimi, tanto che sono centinaia le scuole di tango in ogni parte d’Italia ed il nostro paese è secondo soltanto alla Spagna per diffusione e praticanti (che sono comunque in grande crescita in Germania e nei paesi dell’Est).

Roma incontra dunque Buenos Aires che partecipa attivamente al progetto, compartecipando all’organizzazione dell’evento e prendendo molto seriamente le competizioni organizzate tanto da aver fornito perfino i regolamenti e le indicazioni precise su qualità, passi e tradizioni, perché il Tango, se non lo si fosse capito, è molto più di un ballo.

Brasile docet: il modo giusto per fermare la crisi è aggredirla




Il metodo, nemmeno tanto eccezionale e segreto, per sconfiggere la crisi è aggredirla e non aspettare e difendersi, facendone pagare le spese ad imprese e persone comuni e frenando di fatto l’economia di un paese condannandola alla recessione in nome dell’austerity e la lezione ai professori europei, esperti di lacrime e sangue, arriva dal Brasile.

Sono tempi duri anche per il gigante dell’America Latina, che quest’anno crescerà molto meno delle previsioni (si parlava di oltre il 4%) con la stima che è stata rivista ancora più al ribasso, intorno all’1,6% e con un incredibile sforzo in termini di spesa che il Brasile dovrà sostenere in vista degli eventi sportivi (Mondiali 2014 ed Olimpiadi 2016) e socio-culturali, alcuni dei quali già sostenuti (Conferenza Mondiale sull’Ambiente di quest’anno e GMG Cattolica il prossimo anno). Eppure nessun passo indietro e nessuna rinuncia, anzi un rilancio.

La presidente Dilma Rousseff ha annunciato un drastico taglio delle tariffe di energia elettrica, pari al 16,2% per i clienti residenziali ed addirittura al 28% per le imprese, misure che devono permettere la ripartenza di consumi ed investimenti, soprattutto quelle delle compagnie interne, che sono diminuiti nella prima metà di quest’anno e che in piena crisi rischiano di rallentare l’intero sistema paese. «Il nostro modello di sviluppo di successo di basa su tre parole magiche: stabilità politica, crescita economica ed inclusione sociale». Insomma siamo stati più fortunati di altri ma se non proseguiremo nella crescita, coinvolgendo tutti, la partita sarà persa.

Questa è soltanto una delle tante misure di aggressione della crisi che potrebbe colpire il paese, portandolo alla crescita zero (anche se le previsioni per il 2013 sono date al rialzo di circa il 4,3% del PIL). Il Banco Central del Brasile ha ridotto al minimo storico i tassi di interesse, fino al 7,5%, il governo ha predisposto un piano di concessioni al settore privato per 66mila milioni di dollari per infrastrutture e reti viarie e ferroviarie con possibili estensione a porti ed aeroporti, in particolare quelli con maggior traffico commerciale, con l’accortezza di evitare i regimi di monopolio creatisi durante la gestione Cardoso.

E poi c’è la strategia di protezione. Il Brasile, con l’autorizzazione del Mercosur, ha aumentato le tariffe sui prodotti fino al 25% per tutelare il mercato interno e per dare un freno alle importazioni ed alla dispersione di vendite fuori del paese ed aumentare invece la domanda interna. I grandi profeti dell’economia mondiale hanno storto il naso parlando di misure altamente protezionistiche, anti-commerciale e causa di forte inflazione. Dal paese sudamericano controbattono che l’inflazione è sotto controllo ed è in fondo in rialzo anche quella europea con misure molto più negative per imprese, cittadini ed anche per l’alta finanza che illude il giorno prima per affossare il giorno dopo.

Le agenzie di rating guardano al Brasile con occhio benevolo. Secondo S&P il rating del paese è BBB (come l’Italia ma in rialzo) e con possibilità di raggiungere l’A nel prossimo anno ed il paese continua a piazzare titoli ed obbligazioni ad interessi storicamente bassi con operazioni globali che riguardano il mercato di Usa, Europa e Cina ed il tutto in stretta collaborazione con Deutsche Bank e BTG Pactual come è avvenuto proprio in questi giorni. Gli investimenti per i futuri eventi poi dovrebbero creare anche un vantaggio sociale ed occupazionale.

Sempre nei giorni scorsi la grande accusa ai paesi sviluppati era arrivata dalla mente economica del Brasile, il ministro Guido Mantega. «I paesi ricchi rinviano la soluzione alla crisi ed adottano misure che stanno deprimendo anche l’economia dei BRICS», ha detto il titolare dell’economia, affermando che il paese dipende molto meno dal mercato internazionale dei capitali e che con le nuove misure la crescita sarebbe ripresa. Ancora una volta dall’economia latinoamericana arriva la sfida alla strategia difensiva dell’austerity, per cui è tanto lodato il duo italiano Draghi-Monti, presto vedremo chi avrà avuto ragione

martedì 11 settembre 2012

Monti, i Bocconi Boys e la tentazione cilena




Sia chiaro, che nessuno qui confonda un giudizio politico ed economico su persone ed eventi d’attualità, con le atroci violazioni dei diritti umani ordinate da un sadico aguzzino ed è solo un caso che ne parliamo oggi 11 settembre a 39 anni di distanza, però è innegabile che l’Italia veleggia in una democrazia controllata di tipo cileno dove al posto di generali, ammiragli e speculatori stranieri ci sono professori, banchieri e poteri forti, al posto dei Chicago Boys, i Bocconi Boys ed al posto di Nixon e Kissinger, Moody’s e Standard & Poor’s e la ricetta economica proposta è la stessa.

Quella del Cile fu una scelta precisa: far desistere (con le buone o con le cattive) un governo, quello di Allende, in preda al panico e divisioni, con un paese in pieno disastro economico senza via d’uscita e sbaglia chi pensa che siano stati soltanto americani e militari. Furono i democristiani a chiedere una svolta necessaria per l’economia, i socialisti “moderati” li seguirono, la classe dirigente industriale appoggiò la cosa e le destre ovviamente ne erano alleate, tutto in nome della  “salvezza del paese”, per fronteggiare “un debito pubblico che molte generazioni di cileni avrebbero pagato in futuro”. Vi dicono qualcosa queste frasi?

Pinochet di fatto lasciò che il paese fosse commissariato dai Chicago Boys, economisti cileni della corte di Milton Friedman richiamati in patria con obiettivi ben definiti: privatizzazioni, taglio della spesa pubblica, drastica riduzione dello stato sociale e perfino il vuoto elettorale divenne un “male necessario”, la “medicina amara”. Ricette che solo dopo venti anni diedero i loro frutti. Nel frattempo gli stipendi decrebbero dell'8%, i risparmi delle famiglie arrivarono al 28% di quello che erano stati nel 1970 e i budget per istruzione, salute ed assistenza scesero  di oltre il 20% in media, la disoccupazione toccò picchi del 25% ed il paese affrontò duri cicli di recessione.

Il miracolo cileno arrivò venti anni dopo ma nel frattempo la ricetta di Friedman aveva arricchito i settori vicini all’esercito, le banche, le grandi imprese private nazionali o straniere, aiutate dalla massiccia deregulation e dall’esportazione del Dio Rame e delle materie prime, in sostanza i percettori di grandi reddito, mentre la middle-class che avrebbe dovuto fare “impresa da sé”, si risvegliò venti anni da un sogno che ancora oggi vede famiglie borghesi indebitate o escluse dal credito, sistemi sanitari e scolastico pubblici carissimi con una forte concorrenza del privato ed l’11% della popolazione sotto la soglia di povertà, una quota pari all’Italia di oggi prima che giungessero i salvatori. Però il Cile cresce eh! È un modello per tutti e cresce a ritmo del 6%....A chi mai andrà cotanta ricchezza!

La cilenizzazione italiana è difficile ma possibile: in Italia centristi e destra e la sinistra un po’ più morbida guarda bene ad un Monti-bis e se il premier, da buon diplomatico, ha glissato su possibili reiterazioni di governo, la gran parte dei suoi compagni di viaggio frequenta già meeting politici, difende il suo operato e non ha assolutamente voglia di andare via. In fondo anche Pinochet ebbe a dire:”Questi signori della politica dopo aver salvato il paese ora si aspettano che lo lasciamo di nuovo a loro in tempi brevi. Ma io gli domando: sono patrioti o mercanti della patria?”.

Se poi FMI ed UE lo reputeranno giusto, la salvezza economica varrà più della democrazia, a meno che non ci sia un plebiscito, come quello che nel paese sudamericano accadde nel 1988, ma pur dando il benservito alla dittatura non scalfì quella economica dei Chicago Boys cui la politica si accodò. L’Italia corre lo stesso rischio, con l’illusione di chissà quali vantaggi ed a poco serviranno le elezioni del prossimo anno. Già ci vorrebbe un vero plebiscito per decidere se perseguire nell’illusione di un miracolo a spese degli italiani o se è possibile un altro modello senza il bisogno di novelli Friedman e Pinochet, ché anche la finanza, lo si dice sempre, genera tempi di lacrime e sangue…

lunedì 10 settembre 2012

Esiste un altro Michael Phelps e viene dal Brasile

                                         


Esiste un altro Michael Phelps, è brasiliano ed oggi le copertine di tutti i giornali brasiliani, ma anche britannici e di altri paesi che hanno vera sensibilità ed anche vera passione per lo sport sono tutte dedicate a lui perché questo ragazzo è un prodigio della natura e perfino i brasiliani normalmente calciofili si sono commossi ed entusiasmati per le sue imprese.

Si sono chiuse le gare dei Giochi Paralimpici di Londra ed ancora una volta il grande protagonista è stato Daniel Dias, originario di Campinas  che ha fatto meglio di Pechino (dove vinse 4 ori, 4 argenti ed un bronzo), vincendo sei medaglie d’oro con altre due di bronzo sfuggitegli per due quarti posti nella staffetta e che lo avrebbero consacrato perfettamente alla pari, anche numericamente con il cannibale di Baltimora che ha vinto otto medaglie d’oro proprio a Pechino nel 2008.

«Era un sabato come tutti gli altri, se non per un piccolo sanguinamento, in cui ha inizio la storia di un ragazzo che è nato a 37 settimane della gravidanza, con un peso di 1,970 Kg e 41 pollici. Quando Daniel è nato, ho pianto molto. Più tardi mi è stato comunicato che mio figlio era un bimbo e non aveva né piedi né mani. Ho pianto molto ed ho chiesto forza a Dio. Quando mi sono alzata e sono potuta andare da lui, quei corridoi sembravano senza fine. Quando fui di fronte a lui, lo accarezzai e lo vidi sorridere».

È uno stralcio del profilo biografico che Daniel ha fatto scrivere sul suo sito ai suoi genitori con i ricordi terribili di operazioni, lunghi soggiorni a S. Paolo per testare le protesi che puntualmente distruggeva ed imparare a camminare, lunghi anni di educazione fisica e di sacrifici mentre proseguiva regolarmente gli studi e si dedicava alle attività che praticavano tutti i bambini. Poi la passione per il nuoto scoperta a 16 anni e di lì l’inizio di una incredibile carriera che lo ha portato a diventare uno degli atleti più forti della storia nel nuoto paralimpico, detentore di quattro record mondiali in diverse specialità.

«Ho sempre accettato la mia disabilità ed ho pensato che Dio mi avesse voluto così per uno scopo. e Ho scelto di essere ugualmente felice. E’ una semplice scelta, il resto è fede e determinazione» dice Daniel, come sempre modesto, sorridente, fisico normale, vagamente somigliante a Ronaldo ed in ogni sua frase non mancano mai le parole felicità, famiglia e Dio. «Sono contento perché la gente non rispetta solo me ma anche il Brasile e tutti gli sforzi e gli investimenti su questo sport e sul movimento paralimpico», un movimento che in questi giochi ha classificato il paese al settimo posto nel medagliere e che ora, come Daniel, non vede l’ora che arrivi il 2016.

Lui tornerà a casa, disputerà i campionati mondiali di nuoto per vincere ancora e nel frattempo, come ha sempre fatto, continuerà a girare per gli ospedali, le chiese, i centri di riabilitazione del suo paese, per convincere altri bambini che si può essere felici ugualmente e che credendoci si può anche diventare grandi campioni, qualcosa in più di Usain Bolt e Michael Phelps, con due gambe e due braccia in meno. 

venerdì 7 settembre 2012

Dal Costa Rica un esempio di civiltà ed efficienza per l'Italia




Il terremoto di 7.6 gradi della scala Richter in Costa Rica di due giorni fa non ha causato alcuna vittima, ma nessuno in Italia ne parla, forse per vergogna ed invece bisognerebbe parlarne perché è una grande lezione di civiltà, di preparazione e di volontà da cui dovremmo seriamente imparare.

Certo, sarebbe stato molto più facile e sensazionale parlare della grande sciagura in Costa Rica, di morti e feriti, di edifici danneggiati, dei messaggi di cordoglio con tanto di promesse di aiuto da ogni parte del mondo, ma no, non c’è nulla di tutto questo e sebbene nel nostro immaginario locale, molto provinciale, nel Costa Rica ci sono soltanto capanne e baracche, allora ci sbagliamo doppiamente, anzi possiamo soltanto invidiarli.

giovedì 6 settembre 2012

Terremoto senza vittime in Costa Rica ma resta la paura del Big One




Il giorno dopo il Costa Rica si sveglia ricontando i danni del terribile terremoto di 7.6 gradi Richter che ha colpito la regione del Guanacaste e si interroga se sia stato questo il big one, il grande terremoto che tutti aspettavano e che era stato annunciato anni fa da uno studio dell’Osservatorio vulcanologico e sismologico guidato da Marino Protti.

Sembra una storia molto simile a quella di Giampaolo Giuliani e del terremoto in Abruzzo sulla prevedibilità dei terremoti che nel paese è tenuta in notevole considerazione. L’unica certezza è che terremoti di tale intensità nella zona centroamericana dove le placche tendono a scivolare una sull’altra creando grossi squilibri, sono soliti verificarsi, anche se questo è il secondo sisma più potente dal 1950, mentre l’ultimo registrato con danni materiali notevoli è avvenuto nel 1991 con 40 morti in Costa Rica e 79 in Panama.

Le sanguinarie FARC dai sequestri al rap




Non ci sono più i terroristi di una volta o almeno dopo 48 anni di lotta armata sono stanchi della vita sacrificante in Amazzonia (altro che gli alloggi dorati dell’IRA e l’alta tecnologia di Al Qaeda), nascosti dell’umido della foresta, esperti in una guerra campale fatti di attacchi a torrette periferiche e rapimenti.

Così le FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, l’ultimo gruppo di ribelli marxisti (ma realmente marxista al punto da dividere praticamente tutto in parti uguali), attivi in Colombia dove negli anni ’80 hanno raggiunto circa 20mila membri, si arrendono o quasi ed accettano di avviare i colloqui di pace con il presidente colombiano José Manuel Santos e naturalmente siccome siamo nell’epoca del 2.0, di Youtube, Facebook e Twitter, anche loro non hanno resistito alla voglia di trasgressione.

mercoledì 5 settembre 2012

Colombia: Santos e Farc avviano lo storico processo di pace




Le FARC si arrendono, o quasi. L’ultima frontiera del vecchio terrorismo di ideologia marxista ha firmato uno storico accordo per l’inizio di nuovi colloqui di pace con il governo colombiano presieduto da Juan Manuel Santos, con due garanti d’eccezione, il capo del governo cubano Raul Castro ed il primo ministro norvegese Jens Stoltenberg.

Si svolgeranno infatti prima ad Oslo in ottobre e poi a L’Avana gli incontri fra il presidente Santos ed una rappresentanza delle FARC (guidata da uno dei leader, Ivan Marquez) coperta ovviamente da una particolare immunità e soprattutto la scelta della sede europea fa già riflettere sul carattere molto più serio e decisivo di questi colloqui di pace rispetto a quelli avvenuti dal 1998 al 2002 con il governo di Andres Pastrana, poi finiti nel nulla ed alle finte trattative che accompagnavano  gli accordi per il rilascio di prigionieri, voluti da Alvaro Uribe, il più grande fustigatore dei ribelli colombiani.

L'ultima sfida di Frate Raul, il ribelle




Non capita tutti i giorni di assistere ad una messa dove l’altare si trasforma in dibattito politico, invettiva contro i Cartelli del Narcotraffico, il Governo, i politici locali corrotti e perfino contro gli stati del Sud dell’America e dove i possidenti vengono guardati sottecchi dai praticanti fissi: omosessuali, immigrati, tossicodipendenti schiavi dei grandi entourage malavitosi. 

martedì 4 settembre 2012

La suerte de las Islas Falklands/Malvinas en un referendum




Será un referendum a decidir aquél que años y años de crisis diplomáticas, acusaciones recíprocas y hasta una guerra, que hace treinta años causó acerca de1.000 muertos, el doble de los heridos y veinte días de terror en dos países de un lado al otro del océano, no han sabido solucionar.

El Consejo Ejecutivo de las Islas Falkland/Malvinas ha aprobado oficialmente por marzo de 2013 el desarrollo de un referendo sobre la soberanía del archipiélago del Oceano Atlántico, ya decidida el pasado junio, aunque la fecha precisa será definida por el jefe de gobierno Keith Padgett y la comisión electoral británica respaldará el regular desarrollo de la consulta y Gran Bretaña financiará la entera operación electoral pero serán admitidos observatorios de todo el continente, el único auténtico dudosa arista la real recíproca aceptación del resultado.

A la consulta podrán participar a todos los habitantes de las islas, que tiene una población de acerca de 3.000 habitantes (como un pequeño país de provincia) qué han superado los dieciocho años de edad y que generalmente son todos de lengua inglesa, huéspedes en un escenario latinoamericano, pero bien decididos a conservar la misma autonomía, concedida del gobierno británico, de que sustancialmente hacen parte justo a causa del conflicto del 1982 entre Argentina y Gran Bretaña.

En los meses pasados los dos países se hubieron de nuevo confrontados diplomáticamente por la soberanía de las islas y mientras Cristina Fernandez Kirchner reivindicó el apoyo, seppur blando, de las Naciones Unidas y de las resoluciones sobre la descolonización, Cameron ha rechazado cualquiera ulterior acuerdo o declaraciones unilaterales, posponiendo cada decisión justo al referendo del próximo año e intimando el fin de cualquier bloque comercial actuado de la Argentina y de muchos países suramericanos hacia Port Stanley.

Las Islas son una gran equivocación:  cedidas por Francia a España, después de la independencia argentina y poblado solamente de pocos pescadores argentinos, fueron proclamadas territorio argentino en el 1820, pero los argentinos fueron cazados cuando Gran Bretaña y EE.UU. iniciaron sus envíos en Antártica y englobaron, como establecido por las convenciones internacionales, las zonas marítimas y territoriales correspondientes al gajo de exploración y a nada sirvieron negociaciones y recíprocas concesiones:  nadie dejó hasta la ocupación argentina y a la siguiente guerra.

Hoy los Falklands/Malvinas, más allá del símbolo del orgullo de la Corona y el patriotismo argentino, soy un importante enlace comercial y un punto de referencia en llave petrolífera además de susodichos derechos sobre Antártica y sobre la posible explotación de los innumerables recursos del lugar además del melocotón que, sobre las Islas y en buena parte del sur de la Argentina, en la faja costera queda una rica y exclusiva actividad.

Il destino delle Falklands/Malvinas in un referendum



Sarà un referendum a decidere quello che anni ed anni di crisi diplomatiche, accuse reciproche e perfino una guerra, che trenta anni fa causò circa 1.000 morti, il doppio dei feriti e venti giorni di terrore in due paesi da un lato all’altro dell’Oceano, non hanno saputo risolvere.

Il Consiglio Esecutivo delle Isole Falkland/Malvinas ha approvato ufficialmente per marzo 2013 lo svolgimento di un referendum sulla sovranità dell’arcipelago dell’Oceano Atlantico, già decisa lo scorso giugno, anche se la data precisa sarà definita dal capo di governo Keith Padgett e la commissione elettorale britannica supporterà il regolare svolgimento della consultazione e la Gran Bretagna finanzierà l’intera operazione elettorale ma saranno ammessi osservatori di tutto il continente, l’unico vero dubbio resta la reale reciproca accettazione dell’esito.

Alla consultazione potranno partecipare tutti gli abitanti delle isole (che ha una popolazione di circa 3.000 abitanti, come un piccolo paese di provincia) che hanno superato i diciotto anni d’età e che perlopiù sono tutti di lingua inglese, ospiti in uno scenario latinoamericano, ma ben decisi a conservare la propria autonomia, concessagli dal governo britannico, di cui sostanzialmente fanno parte proprio a seguito del conflitto del 1982 fra Argentina e Gran Bretagna.

Nei mesi scorsi i due paesi si erano di nuovo confrontati diplomaticamente per la sovranità delle isole e mentre Cristina Fernandez Kirchner aveva rivendicato l’appoggio, seppur blando, delle Nazioni Unite e delle risoluzioni sulla decolonizzazione, Cameron ha rigettato qualsiasi ulteriore accordo o dichiarazioni unilaterale, rinviando ogni decisione proprio al referendum del prossimo anno ed intimando la fine di qualsiasi blocco commerciale attuato dall’Argentina e da molti paesi sudamericani verso Port Stanley.

Le Isole sono un grande equivoco: cedute dalla Francia alla Spagna, dopo l’indipendenza argentina ed abitate soltanto da pochi pescatori argentini, furono proclamate territorio argentino nel 1820, ma gli argentini furono cacciati quando Gran Bretagna ed Usa iniziarono le loro spedizioni nell’Antartide ed inglobarono, come stabilito dalle convenzioni internazionali, le zone marittime e territoriali corrispondenti allo spicchio di esplorazione ed a nulla servirono negoziati e reciproche concessioni: nessuno mollò fino all’occupazione argentina ed alla successiva guerra.

Oggi le Falklands/Malvinas, al di là del simbolo dell’inattaccabilità della Corona e del patriottismo argentino, sono un’importante svincolo commerciale ed un punto di riferimento in chiave petrolifera oltre ai suddetti diritti sull’Antartide e sul possibile sfruttamento delle innumerevoli risorse del luogo oltre alla pesca che, sulle Isole e in buona parte del sud dell’Argentina, nella fascia costiera resta una ricca ed esclusiva attività. 

sabato 1 settembre 2012

I giudici confermano la vittoria di Peña Nieto




Tutto è deciso: dal 1° dicembre Enrique Peña Nieto sarà il nuovo presidente del Messico, come lo fu sei anni fa Felipe Calderon, con strascichi giudiziari, compravendite vere o presunte di voti, minacce di loschi figuri legati ai narcos a livello locale ed una parte del popolo che alla fine si è rassegnata, consapevole che non era ancora tempo di cambiamento. 
Il Tribunale Elettorale Messicano ha confermato all’unanimità la piena regolarità delle elezioni e la vittoria di Peña Nieto con sei punti di vantaggio sullo sfidante Andres Manuel Lopez Obrador del Partito Rivoluzionario Democratico di sinistra alla sua seconda sconfitta: nessuna irregolarità, nessuna prova schiacciante di brogli e pressioni per modificare l’esito del voto (cosa, quest’ultima, che pur acclarata non sarebbe potuta essere motivo di annullamento). «Non è possibile sottomettere il diritto al capriccio personale, infrangerlo o snaturalizzarlo», ha detto il presidente del Tribunale Alejandro Luna chiudendo le speranze a qualsiasi ripensamento.
In realtà un cambio però c’è stato: dal Partito d’Azione Nazionale uscito con le ossa rotta dal governo fallimentare di dodici anni in tema di sicurezza al Partito Rivoluzionario Istituzionale che torna al potere dopo aver governato dal 1921 al 2000, ma ciò che non è cambiato è il dubbio del marciume della classe politica e sarà difficile che ricorsi, peraltro tutti respinti, movimenti ed inviti alla disobbedienza civile possano funzionare. Anzi il pericolo è che possa scaturirne un caos ancora più pericoloso.
Si moltiplicano ora, da un lato gli appelli all’unità del paese ed all’inizio di un nuovo corso e dall’altro gli inviti alla disobbedienza civile contro un esito elettorale falsato ed un uomo che ha conquistato illegittimamente il potere, lanciati dal candidato dell’opposizione e dal Movimento giovanile di origine universitaria YoSoy132 grande protagonista del dibattito pre-elettorale e di una seria stagione di contestazione per la legalità, i diritti e la buona politica.
A poco serve dire però che Enrique Peña Nieto è stato un candidato-fantoccio supportato dalla grande dittatura televisiva di Televisa ed Atzeca Tv, se alla fine non ci sarà una vera mobilitazione popolare per chiedere una riforma televisiva che non incanti i messicani con famose novelas e personaggi televisivi prestati alla politica e comunque è più importante accertare se il nuovo presidente sarà quello della mano morbida e della possibile trattativa con i cartelli dei Narcos (dopo la mano dura inutile di Calderon).
In ogni caso non è Lopez Obrador a poter guidare questa protesta: troppo debole, ormai politicamente vecchio e per giunta sconfitto per due volte, anche nel 2006 in modo assolutamente beffardo e forse più incerto di oggi ed inoltre non ha più l’appoggio di molti esponenti del suo partito e di molti movimenti, che vedono in Marcelo Ebrard, il sindaco di Città del Messico un nuovo leader per una storica prima vittoria e che nel frattempo hanno accettato il verdetto del Tribunale Elettorale.  

Martini, il Nuovo Mondo e quell'occasione perduta




Se cliccate su Google diverse volte il nome del Cardinale Carlo Mario Martini, ci troverete di fianco un altro nome, quello di Jorge Bergoglio, primate di Buenos Aires ed il legame non è casuale, sebbene l’Arcivescovo Emerito non si sia mai recato a lungo in America Latina.

Se mai ci fossero dubbi sul progressismo, il carisma e l’intelligenza dell’uomo a tali latitudini, il Conclave del 2005 fu sicuramente emblematico, perché fu proprio in quella circostanza che Martini, pur rinunciando al Papato per sé stesso, per dedicarsi agli studi a Gerusalemme e soprattutto per la malattia di Parkinson che avanzava si impegnò a cercare, purché senza dolore, una soluzione riformatrice e la trovò in Jorge Bergoglio.

Lui, come Martini, veniva dalla scuola gesuita, dai terribili delle dittature e del terrorismo, da un paese con notevoli squilibri sociali, da una metropoli complessa con grandi spinte culturali ma anche enormi contrasti come Buenos Aires (un po’ come la Milano che accolse all’inizio degli anni Ottanta il Cardinale Martini e ne fu conquistata), ma soprattutto anche lui convinto di una reale spinta riformatrice della Chiesa, andando oltre il Concilio Vaticano II: sacerdozio femminile, revisione del celibato sacerdotale, fine vita, contraccezione anti-Aids. La cosa non andò in porto, ma lui continuò a lavorare umilmente dietro le quinte ed in America Latina lo sapevano e lo conoscevano. Era una voce importante per loro a Roma.

Non è un caso che sia stato il primate argentino fra i porporati internazionali uno dei più celeri a ricordare il cardinale italiano insieme al quale ha sempre respinto qualsiasi riferimento a quel Conclave, alla rinuncia di entrambi, consapevoli che un duello ad oltranza con la candidatura di Ratziger, avrebbe dilaniato la Chiesa Cattolica a soli pochi giorni dalla perdita di un leader carismatico come Giovanni Paolo II

. «Era un uomo che sapeva ascoltare e dialogare ed è stato una grande intuizione di Giovanni Paolo II. Il lavoro che ha fatto con l’esegesi della Parola di Dio ha aperto numerosi cuori», ha detto l’arcivescovo di Buenos Aires ricordando il grande lavoro nella complessa Diocesi di Milano che lo rese il primo catechista ed un punto di riferimento importante per credenti e non credenti e la dignità e la diligenza con cui ha saputo affrontare la malattia e rinunciare ad alte cariche (forse un riferimento anche a quel famoso Conclave) «perché era un uomo non aggrappato alle cariche».

Il continente latinoamericano saluta oggi l’anima progressista e dialogante della Chiesa Cattolica, l’uomo che supportava il papato terzomondista o del Nuovo Mondo, che sostenne Hummes nella sua tesi sul celibato clericale che destò scandalo nella Curia Romana, che apprezzò apertamente Romero, ancora scomodo per parte della Chiesa, definendolo un vescovo educato dal popolo, perché dal popolo aveva tratto forza ed insegnamento per attuare appieno i principi della Bibbia e la missione di Cristo.

Sulla Teologia della Liberazione ebbe a dire «I cristiani che adottano "l’opzione a favore dei poveri" di Gesù devono ancora oggi aspettarsi persecuzioni. Dai teologi della liberazione in Sudamerica, agli operatori sociali nei Paesi del benessere. Gesù ha dato la vita per la giustizia. Si è schierato dalla parte dei poveri, dei sofferenti, dei peccatori, dei pagani, degli stranieri, degli oppressi, degli affamati, dei carcerati, degli umiliati, dei bambini e delle donne. Chi si comporta così dà fastidio». Un emblema della sua vita. E non sono pochi oggi quelli che guardano a quel 2005 come un’occasione irripetibile e pensando al Papa che non fu, oggi pregano con un singhiozzo in più. 

venerdì 31 agosto 2012

A Buenos Aires per ripensare il giornalismo




Buenos Aires diventa per tre giorni la capitale mondiale dell’innovazione, tre giorni in cui giornalisti, appassionati di tecnologia e menti informatiche impegnate nell’hackeraggio costruttivo si incontreranno, dibattendo non solo su questioni tecniche ma sui media e sul loro futuro. Un modello importante anche per chi, anche in Italia, si ostina a voler nascondere e bloccare informazioni.  

Si chiama Hack/Hackers BA Media Party e si svolgerà dal 30 agosto (cioè ieri) al 1° settembre ed è l’unico evento del genere nel continente latinoamericano a cui si sono dati appuntamento i migliori giornalisti locali, ma anche esperti del Guardian e del New York Times, esponenti di Google, Mozilla Project e ProPublica. L’obiettivo è di mettere insieme tutti i progetti delle tre giornate di lavoro e darne il più possibile una forma ed una destinazione comune.

L’evento è ospitato dalla quinta comunità di Hack/Hackers più grande al mondo dietro NY, Londra, S. Francisco e Boston, a dimostrazione di come l’Argentina ormai viaggi realmente ad una doppia velocità in tema di tecnologia, creatività. Basti pensare al grande exploit di Palermo Valley, un progetto che ha preso il nome dalla più ricca e famosa Silicon Valley ma che con l’impegno di tutto ha visto fiorire più di 500 imprenditori del web con le loro idee su cui non sono mancati gli occhi delle più grandi multinazionali del settore.

Ma al Media Party di Buenos Aires si parlerà soprattutto di tecnologia al servizio della comunicazione e quindi di come superare le barriere della censura, compresa quella figurata nelle democrazie più grandi del mondo, di come superare frontiere ancora chiuse, insomma su come «ripensare il giornalismo» alla luce delle più moderne applicazioni e dei migliori progetti degli ultimi anni come ScraperWiki, Zeega, Tor, Ushahidi.

Nel giorno finale durante l’Hackaton, la maxi riunione di lavoro ci sarà la premiazione dei progetti più interessanti con borse fino a 50mila dollari per sviluppare il progetto inizialmente a livello locale e poi esportarlo anche altrove qualora ci siano ottimi margini di utilità ed ovviamente di profitto. Sono diversi i progetti già presentati sull’apposito sito e su cui si concentreranno i gruppi di lavoro: da una mappa dei femminicidi nel mondo o un’applicazione che curi il monitoraggio continuo dei luoghi più pericolosi fino a guide che si concentrano maggiormente sull’informazione 2.0 e sull’open source.

È un’altra grande occasione per la capitale argentina di consacrarsi uno dei centri nevralgici mondiali in tema di informazione, specie in questo momento di braccio di ferro fra il governo ed i grandi gruppi editoriali argentini, ma anche questo in fondo significa fermento culturale ed aspirazione ad emergere, quella che molte delle nostre grandi città hanno perso, perdendo con essa la creatività e lo spirito innovativo, cose che danno energia, passione ma anche denaro e lavoro. 

mercoledì 29 agosto 2012

Non solo Pussy Riot: quando la musica sfida il potere



Musica è libertà, un binomio a volte inscindibile ma al tempo molto scomodo, perché quando il potere non riesce ad utilizzare artisti e cantanti come sponsor, trova in loro un avversario più pericoloso di mille opposizioni e li trasforma in vittime di repressioni e censure
Nei giorni scorsi è toccato al gruppo musicale punk russo delle Pussy Riot, subire una ingiusta e condanna a due anni di reclusione per la loro preghiera anti-Putin nella Chiesa di Cristo Salvatore a Mosca e portare di nuovo alla luce il peso della musica unita alla satira o alla semplice denuncia politica, ma è sempre stato così specie dove l’arroganza del potere sottovaluta l’impatto di un simbolo del genere dall’America Latina all’Africa.
I primi esempi furono Miriam Makeba, “Mama Africa”, a cui venne revocata la cittadinanza sudafricana nel 1960, mentre la sua famiglia riceveva le visite della polizia segreta che chiedeva informazioni su un’eventuale rientro, mentre la sua musica fu bandita dal suo paese e chiunque la divulgasse era punito o incarcerato e Mercedes Sosa, inserita nella lista nera degli oppositori dopo il colpo di stato argentino del 1974, per poi essere arrestata nel 1978 ed esiliata con la censura totale. Ma c’è chi ha pagato con la morte le sfide al potere, come l’algerino Lounes Matoub ed il cileno Victor Jara.
Oggi la protesta prosegue e la repressione anche, e l’ultimo esempio è Cuba, dove soltanto qualche giorno fa è stato eliminato il bando verso le canzoni di Celia Cruz e Gloria Esteban e c’è chi, come Gorki Luis Aguila Carrasco, leader del gruppo rock Porno para Ricardo, apertamente critico verso il governo cubano, vedendo la vicenda delle tre ragazze russe rivede allo specchio la propria storia. «Sono solidale con le Pussy Riot perché la loro vicenda mi tocca personalmente», ha detto il leader del gruppo su facebook e su twitter. «Stessi politici tiranni, stessa intolleranza, stessi metodi. Putin e Castro prendono misure drastiche esemplari ma questo riflette solo la loro immagine di dittatori paurosi e disperati davanti alla forza di chi si batte per la libertà».
Già 2003 la polizia castrista impose al gruppo di cambiare nome, considerato volgare e contrario alla morale pubblica e pretese la modifica dei testi delle canzoni per eliminare gli espliciti riferimenti alla politica. Dopo il rifiuto di Aguila e colleghi alle direttive da parte dei musicisti, iniziò la vera e propria repressione. Nello stesso anno Gorki venne arrestato in virtù di una legislazione anti-droga, ma il processo cui fu sottoposto dibatté unicamente sulle iniziative controrivoluzionarie e l’utilizzo della musica rock per disordine sociale e si chiuse con la condanna a quattro anni.
Il leader del gruppo fu liberato dopo due anni in seguito ad una mobilitazione internazionale ma nel 2008 venne nuovamente processato per pericolosità sociale pre-delittuosa, accusa che si smontò e costò al cantante un’ammenda salata. Arresti, confische, minacce ed aggressioni sono all’ordine del giorno per Gorki, Ciro, Hebert e Renay come lo sono per Maria, Yekaterina e Nadezhda e l’unica forza è nel web come megafono del dissenso ed in fondo la fortuna delle Pussy Riot è che sulla Russia ci sono più occhi.
 

martedì 28 agosto 2012

Il mondo vede rosa ma l'Italia no



La classifica di Forbes sulle donne più potenti del mondo dovrebbe farci ancora una volta riflettere su quanto il genere femminile sia totalmente privo di autorità e di responsabilità nel nostro paese e di come perfino i tecnici che tanto parlano, parlano, alla fine non abbiano dato il giusto peso alla cosa.
Partiamo proprio da Forbes: nella classifica delle cento donne più potenti ci sono quattro cinesi (più due di Hong Kong, tutte nell’area business, la politica è ancora un tabù), quattro indiane (la quota di rappresentanza politica è salita al 33% e la prima donna capo del governo è stata Indira Ghandi nel 1966), tre brasiliane, due arabe, dove pure la condizione femminile dovrebbe essere comunque meno avanzata che in Italia ed in Occidente in generale, mentre l’Italia ne ha solo una e resta comunque in coda nelle classifiche di tutto il mondo.
Se il confronto con Usa ed Europa è sicuramente impari, stupisce che anche il «nuovo mondo» dall’America Latina all’Asia ci surclassi. Il caso più eclatante è proprio l’America Latina, un continente che da molto tempo parla sempre più al femminile. Dilma Rousseff è il primo presidente donna del Brasile e la terza donna più influente del mondo, ma non è la sola. In America Latina ci sono altre due donne alla guida di uno stato: Cristina Fernandez in Argentina e Laura Chinchilla in Costa Rica e sono le ultime di una lunga serie nell’epoca democratica (tra le altre Violeta Chamorro in Nicaragua dal 1990 al 1997 Mireya Moscoso a Panama dal 1999 al 2004 e Michelle Bachelet in Cile dal 2006 al 2010) ed in ogni caso sono tantissime le donne ad essere state almeno candidate per la guida del paese.
L’Argentina in particolare ha un presidente-donna, detiene il primato di donne alla Camera (37%) ed al Senato (36%), e sono di sesso femminile i vertici della Banca Centrale, l’Istituto Nazionale di statistica ed il maggiore gruppo editoriale del paese, il Clarin e si possono trovare donne in quasi tutti i consigli direttivi di grandi società. In Brasile la situazione è in miglioramento e comunque oltre alla già citata Rousseff, è una donna a dirigere il colosso petrolifero Petrobras (Maria Silva Foster) e ad aver presieduto la Corte Suprema (Ellen Gracie) e a gestire pur giovani importanti holding (Zeina Latif e Maria Helena Bastos).
In quasi tutti i principali paesi latinoamericani la percentuale di deputate non scende sotto il 20% (in Italia è il 17%) e quella di senatrici al 13%, che e è la quota italiana, e nel nostro paese ora ci sono solo tre ministre ma almeno in posti strategici ma in passato il massimo è stato sei e mai in sedi rilevanti, mentre la percentuale ministeriale latinoamericana è in media del 30% e la stessa cosa si verifica anche nell’ambito giudiziario (basti pensare che il 54% dei magistrati argentini è donna) ed in quello associazionistico-sindacale (in Cile il primo leader sindacale donna risale al 1996,  
Tornando a Forbes si può certamente discutere se sia opportuno inserire fra le donne più potenti gente come Shakira, Sofia Vergara, Gisele Bundchen e Jennifer Lopez (ed in ogni caso anche qui siamo assenti ed a corto di star e sono finiti i tempi di Anna Magnani, Sofia Loren e Mina), ma ciò che viene fuori, vedendo soltanto Miuccia Prada fra le cento donne più influenti, è ancora una volta l’immagine di un paese che, alla sua scarsa incidenza mondiale, alla faccia delle pari opportunità e di una democrazia già vecchia, aggiunge un’immagine della donna sempre più umiliata ed umiliante.  

lunedì 27 agosto 2012

Haiti supera la Tempesta Isaac con danni limitati




Si è chiuso il duro 26 agosto del Caribe, lasciando sul campo diversi morti e moltissimi danni, ma poteva andare molto peggio, specie ad Haiti dove la tempesta Isaac non è avanzata al livello di uragano ed in Salvador dove il terribile sisma non ha procurato uno tsunami.

Ad Haiti continuamente piegata dalle catastrofi naturali, la tempesta che ora si avvia pericolosamente verso le coste della Lousiana e della Florida, ha causato otto morti, 14.375 sfollati e 13.561 persone evacuate rapidamente in rifugi sicuri e temporanei ma che non si sa quando e  se potranno rientrare nelle loro abitazioni, visto che l’Occidente ed il Sud-Est del paese sono ancora in ginocchio per le inondazioni.

Il presidente Michel Martelly ed il primo ministro Laurent Lamothe già ieri si sono recati nei luoghi del disastro, hanno coordinato l’invio di generi di prima necessità, di personale medico in caso di emergenza ed hanno elogiato il grande compito della protezione civile che questa volta ha agito in fretta ed evitato ulteriori tragedie di vaste proporzioni, pur criticando il basso livello di aiuti internazionali dopo il terremoto del gennaio 2010.

Alla fine è stata più forte la paura dei danni, sebbene sia troppo presto per una valutazione precisa e sia altresì necessario evitare strascichi sanitari e sicuramente le stime economiche andranno riviste. Tuttavia l’aeroporto di Port-au-Prince ha ripreso a funzionare così come pure i trasporti e l’energia elettrica seppure a singhiozzo. «Le Organizzazioni non governative, la comunità internazionale e il governo di Haiti, ognuno è tenuto a mettere in evidenza tutte le sue risorse per fronteggiare una eventuale crisi umanitaria imprevista», ha detto il presidente Martelly, acclamato dalla gente per la prima volta per un presidente haitiano dopo anni.

Nessuna conseguenza invece per il sisma di 6.7 gradi Richter avvenuto in mare, al largo di El Salvador verificatosi nella tarda serata. Immediatamente il Centro Tsunami delle isole Hawaii ha diramato un allarme per tutta l’America Centrale che però alla fine è stato revocato. Altri terremoti sono stati avvertiti in Guatemala (4.7 gradi Richter) e ad Antofagasta in Cile (5.1 gradi Richter), anche questi senza danni né vittime.


domenica 26 agosto 2012

Tragedia in Venezuela: sotto accusa Governo e PDVSA




Tre giorni di lutto nazionale, interruzione delle ostilità elettorali, ma soprattutto 39 morti ed 86 feriti almeno  provvisoriamente e tanti mea culpa cui seguiranno polemiche amarissime: questo è il bilancio dell’esplosione di una raffineria ad Amuay in Venezuela, a causa di una fuga di gas sottovalutata e gestita male dagli inesperti tecnici in sede.

La raffineria si trova nel complesso di Paraguanà uno dei più grandi del paese, con una capacità di 940 milioni di barili al giorno, secondo le informazioni della compagnia petrolifera di stato PDVSA, ma questa esplosione, nel bel mezzo della campagna elettorale e con la frenesia da esportazione nel paese, mette alla luce un problema molto grave: non si può gestire un materiale tanto prezioso e pericoloso con criteri di fedeltà ma non di competenza.

Nella compagnia petrolifera proliferano assunzioni di gente assolutamente improvvisata mentre i manager sono impegnati in azioni di militanza politica e a denunciare tutto ciò sono proprio persone del luogo e perfino Ivan Freites ex tassista, oggi segretario tecnico della Federazione dei lavoratori del petrolio, vicino ad Hugo Chavez tanto ad avergli dedicato numerosi riconoscimenti ricevuti in Spagna.

Nessuno, tranne qualche militante locale, ha pensato di sfoderare la tesi del complotto e neppure nell’entourage del presidente hanno accennato a qualcosa del genere e si guarderanno bene dal farlo perché con il popolo e con i morti non si scherza ed iniziano ad essere tante le denunce anche fra i sostenitori della rivoluzione chavista a lamentare condizioni di sicurezza scarse o inefficace, scarsa formazione dei dipendenti e superficialità dei tecnici.

Sebbene non abbia parlato direttamente neppure lui, Henrique Capriles, lo sfidante alla presidenza, che potrà solo guadagnare consensi da questa tragedia (è triste parlarne in questi termini, ma la verità è questa), lo ha fatto attraverso i media che lo sostengono e che ricordano quante richieste di aiuti dall’estero ed in particolare dagli Usa e dal Messico sono stati rifiutati da Chavez e che avrebbero di gran lunga migliorato la qualità delle operazioni nel settore. Invece in questi anni ci sono stati licenziamenti, città svuotate ed ora l’opposizione chiede un’indagine sull’incidente ma anche sui soldi di PDVSA, sul loro utilizzo.

L’intera zona è stata evacuata e ci sono danni ingenti anche agli edifici circostanti. Le immagini scattate da vicino da un fotoreporter parlano da sole. Morti e sfollati ma ad Amuay assicurano che in 2-3 giorni si riprenderà a lavorare e questo, paradossalmente, fa più paura della nube di fumo e delle notti senza casa per gli sfortunati abitanti dell’area, magari operai con le loro famiglie.






giovedì 23 agosto 2012

Venezuela: il baratro dopo le elezioni?



La battaglia delle promesse sta sortendo ottimi effetti elettorali in Venezuela, ma come sempre accadde ovunque, le promesse sono nemiche della grande finanza e siccome Hugo Chavez è nella lista degli antipatici e spende a spande alla grande, il 2013 si annuncia in salita con svalutazione monetaria e minacce di recessione o forte regressione di crescita, ma andiamo con ordine.

Molti giornalisti hanno definito la campagna elettorale per la presidenza «brutale» e per fortuna non per la violenza, che sembra essere di gran lunga smorzata rispetto alle aspettative ma per l’incredibile tour de force di tutti i candidati, bagni di folla intervallati da proteste anche plateali, lanci di uova ed impegni al rialzo sulla sicurezza (Caracas è una delle città più violente del continente), sui programmi sociali (edilizia popolare anche per le classi medie) e su economia ed energia (promesse di distretti industriali e di nuovi incentivi energetici).

Da una parte il solito super Hugo Chavez, meno super delle scorse volte per via di un tumore alla prostata ma esteso che lo ha costretto a lunghe soste e ad un massiccio utilizzo dei suoi cavalli di battaglia mediatici: la televisione, in particolare Telesur, facebook e twitter con il suo aggiornatissimo #chavezcandanga, dall’altra il golden boy Henrique Capriles, candidato unico delle opposizioni, fra i dieci politici più affascinanti del mondo, appoggiato da Mario Vargas Llosa e dal più noto giornalista venezuelano Teodoro Petkoff.

Proprio il Nobel qualche mese fa ha dato per vincente Capriles in caso di elezioni libere, ma se è vero che i sondaggi ormai sbandano ovunque, è difficile pensare che si possa sbagliare di 12,5 punti percentuali, perché tali sono quelli che dividono Chavez, al 46,8% da Capriles in aumento al 34,3%, un divario quasi irrecuperabile, anche perché il presidente governa a suon di concessioni e non si fermerà almeno fino alla soglia delle elezioni.

Il costo c’è e si inizia già a vedere. La spesa pubblica è stata aumentata del 34% nell’ultimo semestre rispetto ad un anno fa e l’inflazione sta galoppando fino alla cifra record reale del 27%. Il debito esterno è alto ma ancora gestibile a 95,6 miliardi di dollari mentre quello interno è volato fino a 57 miliardi di dollari con un incremento del 47% del PIL a fine anno. Per giunta, nonostante il prezzo del petrolio alle stelle il Venezuela produce ma non riesce a vendere tutto ed il Brasile lo ha perfino superato e l’obiettivo di 5 milioni di barili al giorno è lontano (il paese è fermo a 3 milioni).

Colmo dei colmi: il paese con maggiori riserve petrolifere soffre di carenza di gas e continui collassi energetici e rischia di diventare un paese importatore. Sono in molti a credere che chiunque vinca, proporrà la dura stagione dell’austerity dal 2013, ma è certo che se dovesse vincere Chavez, la finanza internazionale non lo perdonerebbe e condannerebbe il paese ad un durissimo periodo di restrizioni finanziarie, salvo l’aiuto della Cina.